FeuElle

Perché non dovremmo lasciarci se non siamo più 

Se a legarci è l’asfalto non più il ramo 

Ingialliti e calpestati

Bisognerebbe soltanto guardarsi 

Mentre aspettiamo il vento 

Se non siamo più 

E venatura su venatura non ti riconosco 

E questo asfalto e questa terra sono il destino 

E a questo asfalto e a questa terra tendiamo le mani 

Perché non dovremmo lasciarci 

Intorno il mondo brucia per scaldarsi 

C’è sempre un destino 

Saremo insieme in una nuova primavera 

O soli in erba 

E lenta rugiada bagnerà luce di luna 

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Ç

Dove sei ? 

Inizio a chiederlo ora che ancora sei qui

Ti ho già persa e ti stringo 

Non ho osato 

Vigliacco sul tuo petto 

Resto nudo 

Elemosino come di sabato 

Una birra ad un amico con cui non parlo mai

Cosa resta ? 

Senza futuro senza presente 

Cos’è questo pensiero ? 

Da dove viene ? 

Dove sei ?

Un moto lento 

Che attraversi i metri quadri 

I metri, i piedi scalzi 

L’arido bianco armato 

Fermo il passo 

Rinnego il respiro profondo 

Anelo l’angelo della superficie 

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#29

Mi nutro di assenze bevendo il vino amaro del mio io 

Muovo gli occhi fissandoli ai dettagli evitare il fuoco 

È il gioco a cui mi condanno per sentire meglio 

Il latente dolore che distrazione asconde 

Onde e mare in cui mi sono immerso 

Sale e lembo aperto del palmo per ricordare le linee 

Per riscrivere sulle mani la vita, l’amore , la fortuna 

L’inganno, mio fraterno cuore,muto

Occhio morto capovolto del cielo: luna 

Ho adagiato sulle tue ciglia cadenti 

Il mio occhio vuoto , cieco e sordo agli echi 

Delle parole che vanno e vengono in questa caverna 

Senza altra ombra che la mia 

E sia che per la via elemosino uno straccio di umanità 

Al ventre, al labbro , al cuore di una donna 

E giocando il mio oro mi si risponde in colpe 

Ho solo da vivere con superficialità 

frugale pasto, fallace passo, ebbro dell’amaro vino 

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man dei blu

It was blue Monday 

And I was blue 

Reading about my future 

I saw the white spaces between the symbols

And the colour of the day in the letters

In the numbers in them meaning 

Standing blue 

The word changed my world 

So my world is going to the worst 

My past is smiling loud

To my blue present  

I’m wondering if I had a moment 

That was different from this 

Moment this moment this 

White virgin future you’re fucked 

By this God of the past 

He is died and was one of me 

But different from me like was you

I’m blue and I was blue and I’ll be blue 

And I’m looking for 

And I’m moving my eyes in the nothingness

Fallor ergo sum 

So I’m just loosing my ideas about the illusion 

Is it blue ? Is it white ? Is it black ? 

I’m loosing the idea and I’m looking to a ready-made

I’m so stupid i loose my mind 

I felt in love with the impossible 

It’s blue Monday and I’m alone 

Thinking about you.

I’m stupid like Christmas

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Maison des arts

​Labbra restarono agli angoli della bocca 

come al centro della strada durante un temporale

aspettavamo di ammalarci.

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èStasi

Una mattina mi svegliai e sentì il rumore delle cinghie del cielo . Affaciandomi, vidi in ebollizione le nuvole in coda sull’asfalto e gli uomini correre per salvarsi, si addensavano nelle metro, immobili, respirando muti gli affanni degli altri  .
(Sperando che nulla si muovesse per non averne dolore )

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    Percipi

    Era sera , pioveva . No .Aveva piovuto di giorno e di sera era bello .Non so. Io ero tra quattro mura a mettermi del nero sotto le unghie , quando il mio occhio mi fa: Una libellula è lì. passa dal letto ai libri dalla lampada allô schermo . Mi dico di restare calmo che non può farmi nulla, che anzi porta bene , che dopo una giornata intera dove non ho visto la luce e ho passato il tempo a tagliere tempo e a togliere senso quella è la primavera . Così prendo infinite jest, lei è appoggiata sul mio cuscino con le ali serrate , la colpisco una sola volta , mi sembra cada stecchita a terra, appoggio la testa sul suo sangue , apro il libro e riguardo ai piedi del letto. non c’era nessuna libellula .

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    La java

    Soffrivo bene come insetti
    Al gioco curioso d’un bambino
    Le sere in cui l’idea mi spaccava le vertebre.

    Fu un gioco di lingue di parole sconosciute
    Ridevamo ai suoni
    a galla nel vuoto
    Di incomprensioni presenti
    Di sensi latenti e
    impossibili

    Abbiamo parlato per giorni
    senza capirci
    Confondendoci teneramente
    ancorandoci ai corpi

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    où_bile

    les mots qui dis pour habitude dans la nuit

    il me manque le courage

    de me regarder ces mains dans lequel tout fuit

    survécu

    agonisants

    à la surface

    soeur dignité revient à m’embrasser

    trois vies j’ai dévasté avec pas arrêté

    curés et modernes

    les femmes pleurent

    les téléfilms ils rappellent

    internet et les où tu es

    loin

    mais sans réussir à le dire

    sans réussir à faire

    tu le sèmes et tu sèmes et si mines

    tu recueilles bouts

    rien il était celui-ci nul

    il est poussière

    la poussière tu rêves

    le soleil haut

    s’endetter toujours à un équilibre équivoque qui ne connaît pas rues et endroits et moi

    je fixe le fond opaque du précipice pour la peur qui Euridice existe et je

    disparaisse

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    folD

    In un giorno grigio di nuvole che poggiano alle rive dell’asfalto: un uomo che dissero il folle.  Lo dissero tale perché uccise : uccise un uomo che pianse, un uomo che pianse la sua donna : una donna che disse era stanca : stanca come lui, ma lui aveva altre stanchezze che mai pensò potessero sparire con lei, forse pianse per la noia perché tutta la sua noia baciava quella che non era più la sua donna , ma per l’uomo che dissero il folle piangere una donna è una macchia d’illogicità : chi non è logico non può sottrarsi a lui; così lo chiamarono Dio. Così lo dissero il folle dopo che uccise e dai suoi morti nacquero fiori , ma da quel morto : un grigio palazzo ai cui piedi troviamo appena la risacca delle nuvole. L’uomo che dissero il folle lentamente a piedi nudi digrignava i denti passeggiando in pochi metri di marciapiede , muovendo la testa e gli arti come se cercasse di perderli. Il folle aveva deciso: al tramonto si sarebbe diretto dall’ultima briciola che confortava la sua solitudine , una donna che era scivolata in altre donne non lasciandogli mai l’occhio vuoto come sarebbe dovuto essere . Lui profeta dei vuoti, lui osservatore del nulla . Il folle aveva in sé ciò che in sé sapeva non essere più  ed al tramonto avrebbe reso al mondo questa metastasi del suo vuoto che vuoto ancora richiedeva. I suoi passi descrivevano i suoi pensieri : ragionava d’insiemi come un matematico che sapesse che l’abbandono di ciò che fu richiede lingue e segni incoerenti che non parlino con ciò che fu , ma che si esprimano come tintinnii disarmonici e che la disarmonia ha in se delle ragioni,  delle coerenze che gli occhi che non sanno essere vuoti , non sanno guardare. Questo dissero i passi dell’uomo che dissero il folle , ma il folle cambio ordine e moto dei passi e quando il grigio sembro un grigio tramonto si mosse tra l’onde di nuvole verso di lei . Bisbigliava un rumore bianco, parole che si frantumavano come fumo sulle sue labbra. Dai movimenti delle braccia si disse si leggesse un discorso sulla solitudine , il riferimento all’anziana parabola , al verbo prima del verbo, all’uomo che era lui, stanco di una solitudine confortata al suono tamburellante di dita che tocchino una costola, come il verbo durante il verbo, dove non si credeva eppure si tendevano lance al corpo del dubbio , fu come nel verbo dopo il verbo, in cui tese le lance si infilavano nella carne come fanno gli uomini con i taglierini nei notturni dopo la rissa: per consegnare un sorriso che resti tradito per quel che resta dei tempi, solo perché si descrivesse solo perché gli si dicesse il vuoto in sangue raffermo . Quando arrivò all’incontro guardò negli occhi la donna : gli sembrò la stessa, non riuscì a vuotare i suoi occhi fino a cambiarla, non riuscì a cambiare il suo moto per cambiare il suo sguardo , farneticò cercando di incrinare lo specchio che in quel momento gli sembrò essere un sé. Infilò le dita della sua mano destra sotto gli indumenti ,prese la carne morta che furono le sue unghie per infilzarle nella carne ed estrarne la costola, facendo scorrere sangue e sangue sulle nuvole basse come se del tramonto si vedesse il sole. La gettò ai piedi della donna : pianse. Fu un momento , dopo la uccise, dopo averla uccisa : pianse . Lo dissero il folle perché si disse che fece esplodere il palazzo in cui fu seppellito l’uomo: l’uomo che uccise, facendo migliaia di morti che dessero linfa al fiore che vi piantò , si dice che lui morì così come si dice che l’uomo che morì non fu l’uomo che dissero il folle ne quello che chiamarono Dio.

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