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In un giorno grigio di nuvole che poggiano alle rive dell’asfalto: un uomo che dissero il folle.  Lo dissero tale perché uccise : uccise un uomo che pianse, un uomo che pianse la sua donna : una donna che disse era stanca : stanca come lui, ma lui aveva altre stanchezze che mai pensò potessero sparire con lei, forse pianse per la noia perché tutta la sua noia baciava quella che non era più la sua donna , ma per l’uomo che dissero il folle piangere una donna è una macchia d’illogicità : chi non è logico non può sottrarsi a lui; così lo chiamarono Dio. Così lo dissero il folle dopo che uccise e dai suoi morti nacquero fiori , ma da quel morto : un grigio palazzo ai cui piedi troviamo appena la risacca delle nuvole. L’uomo che dissero il folle lentamente a piedi nudi digrignava i denti passeggiando in pochi metri di marciapiede , muovendo la testa e gli arti come se cercasse di perderli. Il folle aveva deciso: al tramonto si sarebbe diretto dall’ultima briciola che confortava la sua solitudine , una donna che era scivolata in altre donne non lasciandogli mai l’occhio vuoto come sarebbe dovuto essere . Lui profeta dei vuoti, lui osservatore del nulla . Il folle aveva in sé ciò che in sé sapeva non essere più  ed al tramonto avrebbe reso al mondo questa metastasi del suo vuoto che vuoto ancora richiedeva. I suoi passi descrivevano i suoi pensieri : ragionava d’insiemi come un matematico che sapesse che l’abbandono di ciò che fu richiede lingue e segni incoerenti che non parlino con ciò che fu , ma che si esprimano come tintinnii disarmonici e che la disarmonia ha in se delle ragioni,  delle coerenze che gli occhi che non sanno essere vuoti , non sanno guardare. Questo dissero i passi dell’uomo che dissero il folle , ma il folle cambio ordine e moto dei passi e quando il grigio sembro un grigio tramonto si mosse tra l’onde di nuvole verso di lei . Bisbigliava un rumore bianco, parole che si frantumavano come fumo sulle sue labbra. Dai movimenti delle braccia si disse si leggesse un discorso sulla solitudine , il riferimento all’anziana parabola , al verbo prima del verbo, all’uomo che era lui, stanco di una solitudine confortata al suono tamburellante di dita che tocchino una costola, come il verbo durante il verbo, dove non si credeva eppure si tendevano lance al corpo del dubbio , fu come nel verbo dopo il verbo, in cui tese le lance si infilavano nella carne come fanno gli uomini con i taglierini nei notturni dopo la rissa: per consegnare un sorriso che resti tradito per quel che resta dei tempi, solo perché si descrivesse solo perché gli si dicesse il vuoto in sangue raffermo . Quando arrivò all’incontro guardò negli occhi la donna : gli sembrò la stessa, non riuscì a vuotare i suoi occhi fino a cambiarla, non riuscì a cambiare il suo moto per cambiare il suo sguardo , farneticò cercando di incrinare lo specchio che in quel momento gli sembrò essere un sé. Infilò le dita della sua mano destra sotto gli indumenti ,prese la carne morta che furono le sue unghie per infilzarle nella carne ed estrarne la costola, facendo scorrere sangue e sangue sulle nuvole basse come se del tramonto si vedesse il sole. La gettò ai piedi della donna : pianse. Fu un momento , dopo la uccise, dopo averla uccisa : pianse . Lo dissero il folle perché si disse che fece esplodere il palazzo in cui fu seppellito l’uomo: l’uomo che uccise, facendo migliaia di morti che dessero linfa al fiore che vi piantò , si dice che lui morì così come si dice che l’uomo che morì non fu l’uomo che dissero il folle ne quello che chiamarono Dio.

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http://rinabrundu.com/2011/12/19/scrittura-online-2-la-poesia-e-la-prosa-di-luca-fedele/
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