Alla venticinquesima lapide

il tempo si sfa per rigenerarsi.

 

C’era un luogo e un suono

e non avevo questi occhi

nè l’avevo tenuti a mollo

in rosse nubi alle rive del cielo

con le gambe al vuoto 

a penzolare come cime d’alberi

Alberi rigogliosi di foglie ch’oggi vedo

scivolare e intrecciarsi ai capelli di donne

nude e prive di sensi , tenersi ai rami come frutti

melagrane con cuori d’insetti

da succhiare e saziarsi

rivolti alla luce di volti tr’ombre di luna.

 

Fu il suicidio di Dio ! “

a generare la Madre

Fu la di lei  idea creatrice

a masturbarne le spoglie

per averne un figlio

” che di Dio n’avesse la sorte :

 

Mastico insetti ai piedi del traliccio

ne sradico i cavi 

cavo, li sento fratelli

baciandoci , restandoci tra i denti

l’urlo, dissolve la città

 

C’è un uomo

un uomo d’ un’ isola

L’uomo dell’isola aveva la terra

mangiava dal rosso delle sue mani

ballava con quella donna

sul suono sull’acqua di monete lanciate.

 

Il cielo con nuvole di mare

schiuma sulle mie ciglia

-una valigia è una casa-

e cieco 

tengo in bocca il mattino.

 

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http://rinabrundu.com/2011/12/19/scrittura-online-2-la-poesia-e-la-prosa-di-luca-fedele/
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3 risposte a Alla venticinquesima lapide

  1. massimobotturi ha detto:

    sempre quel pizzico di surreale, con modernità e classe

  2. gdpozzo ha detto:

    bellissima…
    un caro saluto
    manola

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