Explosion in the sky

orbito tra vortici di personalità
buio l’amore
un occhio chiuso che spingo con le punte delle dita
nel cranio

cos’è ? Nessuno !
il suo inganno!
Troia!

La strada per i centri commerciali
scurisce in scie disperate
di bidoni in fiamme,
com’ali.

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Noodles

Sei bella come la punta d’una lama
tra l’erba, tra l’erba
il mio passo nudo, l’io passo nudo.

Un’ombra,la tua pupilla

verde
uno spillo

un’odore come                                 f

i
l

d’incenso                                              o

abbracciami! amarti è sentirsi soli.                                    

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cloffete

l’assurdo mi si manifesta
semplice, come un sorriso
infranto agli angoli della bocca.

Mi guardi? i miei occhi
non sono più la mia anima;
l’empatia è distesa
su grumi d’entropia.

Parlami!
scivolo come rugiada
dall’abbraccio delle foglie
infranto lungo il volto, cupo, della terra.

il mio silenzio è ascolto
al necrologio di lancette,
passi; tra le sinfonie
di sguardi e rombi diuturni.

              consolami

Il mondo ha un cielo di mare

“risalirne il corso”
m’areno.

in nubi di fondi rocciosi
l’eden dei pescatori

m’oriento
tra le costellazioni dei grattacieli
prima di infrangermi
come monoliti di tzunami

sull’asfalto.

Clof,

clop,

cloch.

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oh vanità

orpelli e zefiri, adagiate vesti del nulla.

Oh nulla: ricordo ignoto,

inalo lo stentìo buio

insignificante tichettìo d’idiomi

mi dileguo in polveri sottili

non lasciatemi morire lungo i vostri organi.

Oh vibrazioni siero-positive

Divaricate le gambe ai casti

che la natura li ferisca

per illogico cigolare di cingoli.

Echi di risa, sorde, adonee

Mangiate veneri, sognate Cinghiali

intranet di sogni vi lasceranno il cancro

ritornerete agli animali

quando riporterete i morti in casa.

Bambini accatarati d’arte

la sputano ai miei piedi

calzanti scarpe putride

con suole che sull’acque paran Cristo

affondare sarebbe illogico

Sillogico crociffigire il mio fondo

umano perdermi negli occhi di Barabba.

Lingua infausto mezzo d’angusto fine

ti buco per lasciarci un orpello

o infinita vanità che sia il sangue il tuo buio?

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15 ottobre

Sono nato il 15 ottobre.

questo dovrebbe bastarti.

Mi chiamo Publio, Federico De Campos.

Tutti questo è già morto e prego

per il fascino dalla teoria della pre-destinazione Calvinista.

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Amelia!

Un rumore.

Come la punta della lingua che si stacchi dal palato.

Una sensazione adrenalinica, tenera come una calda carezza c’avvolge dal polso sinistro in un brivido tutto il mio corpo, rilucendo, sciogliendomi lungo la parete adiacente al letto; un lenzuolo bianco s’intinge come di ceralacca un’antica lettera.

Volevo essere per te un ricordo intimo che la tua coscienza impolverasse come sogni d’infanzia.

Volevo parlare al tuo subconscio, essere lì

atavico,

essere lì come un’abitudine, il condensarsi d’un vizio tra i tuoi organi.

La pronuncia vivida del tuo nome come ad asciugarsi sotto un cielo senza stelle, illividito,  al caldo delle grida che divampano in notti estive.

MaiT’Amai.

Volevo solo sentirmi inutile come una tua singola cellula; essere nel sonno la corrosione dei tuoi denti, che beati digrignano.

La morte che fiorisce nelle tue unghie e trattiene la terra.

Oggi sarà ieri e domani, anche se non più per me.

Mi custodirai e non tu solo nella mappa d’una lacrima che scavi il cuore, per restare prezioso , insabbiato, nei gesti, nei suoni, nei battiti delle tue abitudini.

Un lenzuolo ormai rosso di tratti che il pennello guidava deciso, annega.

Annega nel sangue aggrumato come in un piccolo stagno.

L’amore ha lasciato un grido sospeso in quello scabro paesaggio.

La porta s’apre.

Il tesoro è al sicuro, raccoglieranno solo il grido.

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Lo spettacolo d’una mosca

Ho svestito il tempo

della sua identità, prima

d’aprir occhi, sull’orlo 

soffice dell’oblio

dove costruivo fortezze

ch’or son sol prigionie.

Il sonno immemore

dura men del buio

tra le palpebre, che già

decine di volatili

si scontrano lungo le pareti,

i miei sensi, si sconvolgono

e lasciano sentire

al lor giovin signore

la colpa, 

che materna voce invoca.

Sento necessità d’ordine

e inseguo strisce di

colore che gocciolano

dal mio pennello

sulla tela bianca. Devo

vedere: tratteggiare

confini, specchiare

consapevolezze, ma

tutto è sfocato, in muto;

le prospettive affondano e

si sovrappongono,

attraversandomi come una vibrazione.

Un quadro cubista, lo spettacolo d’una mosca.

 

 

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